La Preside e la scuola che non c’è: basta con la retorica del degrado a tutti i costi
Accendi la TV, sintonizzi il canale sulla nuova fiction del momento – “La Preside” e cosa vedi? Muri scrostati, banchi distrutti, un corpo docente depresso e una scolaresca composta quasi esclusivamente da casi sociali irrecuperabili. Sembra che per gli sceneggiatori italiani la scuola, specialmente quella del Sud e di Napoli, si sia fermata a un fotogramma sbiadito di trent’anni fa.
È il momento di dirlo chiaramente, senza girarci intorno: questa narrazione è falsa. È un’esagerazione stantia che non solo annoia, ma fa danni incalcolabili. La scuola italiana, con tutte le sue innegabili difficoltà, non è la trincea disperata che ci propinano in prima serata. È molto di più, e spesso è molto meglio.
La dittatura dello share e il feticismo della rovina
Perché continuiamo a guardare storie in cui l’istituto scolastico è solo un pretesto per raccontare criminalità e disagio? C’è una regola non scritta nella fiction generalista: la normalità non fa notizia. Per catturare l’attenzione dello spettatore medio, si punta tutto sull’estetica della rovina. Se la scuola è a Napoli o in periferia, deve necessariamente cadere a pezzi.
In questa logica, la figura della “Preside” diventa un’eroina solitaria in lotta contro un sistema marcio. Ma questo cliché narrativo ignora un fatto fondamentale: la scuola è una comunità, non un one-man show (o one-woman show). Rappresentare l’istituzione scolastica come un ambiente costantemente ostile, dove l’innovazione è una chimera e la sopravvivenza è l’unico obiettivo, è un insulto a migliaia di dirigenti, insegnanti e studenti che ogni giorno costruiscono un futuro diverso.
L’effetto collaterale di questa “pornografia del dolore” scolastico è che il pubblico finisce per credere che non ci sia speranza. Se la TV ci dice che la scuola è un inferno, perché dovremmo investire su di essa?
La realtà che la fiction non racconta: tablet, fibra e PNRR
Da esperto di innovazione, quello che mi fa più rabbia guardando certe scene non è tanto la trama, quanto l’assenza totale della modernità. Nelle scuole che visito per lavoro, dai Quartieri Spagnoli a San Giovanni a Teduccio, non vedo solo intonaco che cade. Vedo laboratori di robotica. Vedo connessioni in fibra ultra-veloce. Vedo il Piano Scuola 4.0 che sta trasformando le aule in ambienti di apprendimento ibridi.
Dove sono le LIM (Lavagne Interattive Multimediali) in queste fiction? Dove sono i ragazzi che imparano il coding? Dove sono i progetti Erasmus che portano gli studenti di periferia in giro per l’Europa? La realtà è che molte scuole “di frontiera” sono oggi molto più tecnologiche degli uffici di certi sceneggiatori romani. Grazie ai fondi europei e alla tenacia dei dirigenti scolastici (quelli veri, non quelli da copione), le scuole napoletane sono spesso hub di innovazione digitale.
Ignorare questo aspetto significa negare l’evoluzione. Significa raccontare una bugia. La scuola non è un museo degli orrori, è il primo luogo dove l’intelligenza artificiale e la didattica immersiva stanno cercando di dialogare con le nuove generazioni. Ma questo, evidentemente, è troppo complesso per essere raccontato tra uno stacco pubblicitario e l’altro.
L’insegnante non è un missionario disperato
Un altro punto dolente di “La Preside” e simili è la rappresentazione del corpo docente. O sono eroi pronti al martirio, o sono burocrati cinici e stanchi. Manca completamente la classe media della docenza: professionisti preparati, che usano il registro elettronico (strumento che nelle fiction pare non esistere mai), che si aggiornano, che sperimentano nuove metodologie didattiche.
La scuola non è un campo di battaglia dove serve un giubbotto antiproiettile emotivo. È un luogo di lavoro complesso, certo, ma anche di grandi soddisfazioni professionali. Ridurre tutto a “disagio” svilisce la competenza. Non abbiamo bisogno di insegnanti-missionari che salvano le anime, abbiamo bisogno di (e abbiamo già) professionisti che insegnano competenze, pensiero critico e cittadinanza digitale.
Napoli oltre il cliché di Gomorra
C’è poi, inevitabile, la questione territoriale. Quando queste storie sono ambientate a Napoli, il filtro grigio della fotografia si fa più intenso. Sembra che la città non possa ospitare una scuola “normale”. Deve esserci per forza il figlio del boss nel primo banco, la sparatoria fuori dal cancello, il dialetto stretto usato come lingua della prevaricazione.
Ma chi vive qui sa che la realtà è sfaccettata. Esistono istituti tecnici che collaborano con la Apple Developer Academy. Esistono licei che vincono premi internazionali di fisica. Esistono scuole elementari dove l’integrazione culturale è un successo quotidiano e non un problema da risolvere. Continuare a mostrare solo il lato oscuro della luna scolastica napoletana è un atto di pigrizia intellettuale. È marketing della disperazione.
Perché ci meritiamo una narrazione diversa
Non sto chiedendo una versione edulcorata alla “Mulino Bianco”. I problemi ci sono: la dispersione scolastica è reale, le strutture edilizie a volte sono carenti, e i fondi non bastano mai. Ma c’è una differenza abissale tra denunciare le criticità e trasformare il disagio in una caricatura grottesca.
Gli studenti di oggi, la Generazione Z e la Generazione Alpha, guardano queste fiction (se le guardano) e ridono. Ridono perché non riconoscono la loro scuola. Loro vivono su TikTok, usano ChatGPT per fare i compiti, comunicano in un modo che la TV generalista non riesce nemmeno a decodificare.
Vedere la propria realtà quotidiana stravolta e ridotta a “luogo di sofferenza” crea disaffezione. Se continuiamo a dire ai ragazzi che la loro scuola fa schifo, finiranno per crederci anche quando non è vero. È il classico effetto Pigmalione negativo: se ti tratto da disagiato, ti comporterai da disagiato.
Spegnete la TV, entrate in classe
È tempo che la produzione culturale italiana faccia un bagno di umiltà e di realtà. Invito gli sceneggiatori di “La Preside” a farsi un giro in una vera scuola di periferia domani mattina. Non troveranno il paradiso, ma nemmeno l’inferno dantesco che hanno scritto.
Troveranno ragazzi con lo smartphone in mano che sognano di fare gli startupper, non i camorristi. Troveranno professori che spiegano la Divina Commedia usando le slide o i podcast. Troveranno una vitalità che rompe lo schermo.
La scuola italiana non è perfetta, ma è viva, pulsante e molto più avanti di come ce la raccontano. Smettiamola di piangerci addosso via etere. L’innovazione è già in classe, peccato che la telecamera sia puntata dall’altra parte.

Ingegnere gestionale, sono Head of Smart Services nell'unità Servizi di Enel Italia.
Mi occupo di Smart Office e di tecnologie abilitanti a questo nuovo settore come ad esempio la sensoristica IoT.
Da più di 20 anni svolgo attività come giornalista freelance e consulente di comunicazione per alcune aziende.
Scrivo di nuove tecnologie, IT Governance, startup, Web Economy, AI, cybersecurity, IoT attraverso interviste ai protagonisti del mondo dell'innovazione.
Sposato con Antonella e papà innamorato di Sara ed Elisa ed Andrea. 
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