Napoli è cambiata. Ma per chi vive Napoli, è davvero cambiata?

Napoli sta cambiando.
Anzi, Napoli è cambiata.

Lo raccontano le immagini degli ultimi anni: grandi eventi, manifestazioni internazionali, università, turismo, Giro d’Italia, Coppa America, appuntamenti sportivi e culturali capaci di portare la città sotto i riflettori nazionali e internazionali.

E anche l’ultima grande vetrina, quella degli Europei di volley in piazza del Plebiscito, è stata spettacolare.

Bellissimo.

Davvero.

Perché noi napoletani quei luoghi li conosciamo bene. Sappiamo quanto siano straordinari. E vedere Napoli protagonista, elegante, internazionale, capace di ospitare eventi di questo livello, non può che fare piacere.

Ma proprio perché Napoli è cambiata, oggi forse possiamo permetterci di fare una domanda meno celebrativa e più scomoda.

Quanto è cambiata la Napoli che vivono ogni giorno i napoletani?

Perché una città non si misura soltanto dalla capacità di organizzare una grande manifestazione.

Si misura anche da quello che accade il giorno dopo.

Quando le transenne vengono tolte.
Quando le telecamere se ne vanno.
Quando non ci sono più ospiti internazionali da accogliere.
Quando piazza del Plebiscito torna semplicemente a essere piazza del Plebiscito.

È lì che comincia la vera sfida.

La normalità, questa sconosciuta

Il sindaco Gaetano Manfredi ha spesso raccontato una Napoli che vuole diventare sempre più internazionale, attrattiva, moderna.

Ed è una prospettiva condivisibile.

Ma una città internazionale non può esserlo soltanto durante gli eventi.

Deve esserlo soprattutto nella sua quotidianità.

Vorremmo una Napoli nella quale prendere un autobus non sia un’impresa.
Una Napoli nella quale spostarsi in bicicletta non significhi mettere quotidianamente a rischio la propria vita.

Una Napoli nella quale la sicurezza non sia un dispositivo straordinario predisposto per una manifestazione, ma una condizione ordinaria.

Una Napoli nella quale il traffico non trasformi ogni spostamento in una prova di pazienza.

Una Napoli nella quale trovare parcheggio non sia una lotteria.

Una Napoli nella quale i quartieri non siano cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Una Napoli nella quale la pulizia, la manutenzione, il decoro urbano e il funzionamento dei servizi non dipendano dalla presenza di un grande evento.

È questa la vera modernità.

Ed è proprio qui che la politica dovrebbe essere giudicata.

La domanda al sindaco Manfredi

Il problema, quindi, non è organizzare il Giro d’Italia.

Non è portare la Coppa America a Napoli.

Non è trasformare piazza del Plebiscito in un palcoscenico internazionale.

Non è nemmeno raccontare Napoli come una grande città universitaria, turistica e internazionale.

Il problema è capire se tutto questo rappresenti il punto di arrivo di una trasformazione strutturale oppure soltanto una splendida vetrina appoggiata su una quotidianità che continua a presentare gli stessi problemi.

Perché una città può essere bellissima nelle fotografie e complicatissima da vivere.

Può avere alberghi pieni e autobus insufficienti.

Può attirare turisti da tutto il mondo e costringere un cittadino a impiegare tempi interminabili per attraversarla.

Può ospitare grandi eventi sportivi e, contemporaneamente, non offrire condizioni sufficientemente sicure a chi sceglie di muoversi quotidianamente in bicicletta.

E allora la domanda non è se Napoli sia diventata più bella.

La domanda è:

è diventata più vivibile?

Non chiediamo un’altra grande occasione

Forse Napoli non ha bisogno continuamente di una nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto è bella.

Lo sappiamo già.

Napoli è una città straordinaria.

Quello che serve è molto meno spettacolare e molto più difficile: far funzionare la normalità.

Mezzi pubblici efficienti.

Strade sicure.

Quartieri vivibili.

Mobilità sostenibile realmente possibile.

Controllo del territorio.

Meno traffico.

Più parcheggi dove servono.

Più manutenzione.

Più servizi.

Più attenzione alle periferie.

E soprattutto una città nella quale il cittadino non debba sentirsi ospite nella propria città.

Questo dovrebbe essere il vero grande evento.

Un evento senza inaugurazione, senza palco, senza sponsor e senza telecamere.

Un evento che dura 365 giorni all’anno.

Perché il successo di Napoli non può essere misurato soltanto dagli applausi

Il sindaco Manfredi ha certamente il merito di avere contribuito a rafforzare l’immagine di Napoli come città capace di ospitare appuntamenti di grande livello.

Ma proprio per questo oggi la sfida diventa più grande.

Più Napoli sale sul palcoscenico internazionale, più diventa difficile nascondere ciò che non funziona dietro la bellezza del palcoscenico.

E forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva.

Non chiediamoci soltanto:

“Che bella figura abbiamo fatto davanti al mondo?”

Chiediamoci anche:

“Come vivono Napoli i napoletani?”

Perché alla fine della giornata il turista torna in albergo.

L’atleta riparte.

Il grande evento finisce.

Il palco viene smontato.

Il napoletano, invece, resta.

Ed è a lui che una città dovrebbe pensare per prima.

Attacco in Iran e AI: la tecnologia che cambia la guerra

Hai mai pensato a come l’innovazione tecnologica stia cambiando non solo il modo in cui viviamo, ma anche il modo in cui le nazioni combattono? L’attacco in Iran e l’AI sono oggi al centro di un dibattito cruciale. Se un tempo i conflitti si decidevano solo sul campo di battaglia fisico, oggi la vera linea del fronte è invisibile. È fatta di codici, algoritmi e dati processati alla velocità della luce. In questo articolo, esploriamo insieme come l’Intelligenza Artificiale stia riscrivendo le regole della guerra moderna, trasformando la fantascienza in una complessa e spietata realtà.

Il nuovo volto dei conflitti: oltre la polvere da sparo

Quando leggi le notizie riguardanti l’attacco in Iran e l’AI, la prima cosa che devi comprendere è che non stiamo parlando di robot umanoidi armati. L’Intelligenza Artificiale impiegata in ambito militare è molto più subdola ed efficiente. Si tratta di sistemi software progettati per analizzare moli immense di dati in frazioni di secondo.

La guerra moderna si gioca sull’informazione. Chi possiede l’informazione più precisa, vince. E nessuno è in grado di elaborare informazioni più velocemente di un algoritmo addestrato. L’AI permette di intercettare comunicazioni, analizzare immagini satellitari e prevedere le mosse del nemico prima ancora che queste vengano eseguite. Questo cambio di paradigma trasforma radicalmente il concetto di strategia militare.

Come l’Intelligenza Artificiale guida le operazioni militari

L’attacco in Iran e l’AI ci mostrano come la tecnologia sia diventata il vero “generale” dietro le quinte. Ma come funziona esattamente? Le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nei conflitti moderni si dividono principalmente in tre macro-aree.

La prima è l’analisi predittiva. I sistemi di machine learning analizzano i movimenti passati, i modelli di comunicazione logistica e persino le abitudini dei leader avversari. In questo modo, l’AI suggerisce ai comandanti militari i momenti e i luoghi più vulnerabili per colpire.

La seconda area è il riconoscimento dei bersagli. Attraverso la computer vision, i droni e i satelliti non si limitano a filmare il terreno. L’AI “guarda” il video in tempo reale, identifica i veicoli, le strutture e le persone, distinguendo un civile da un obiettivo militare con un margine di errore che la tecnologia cerca costantemente di ridurre.

La terza area è la guerra cibernetica, o cyber warfare. Prima che un missile venga lanciato, gli algoritmi possono infiltrarsi nei sistemi informatici nemici per disattivare radar, confondere le comunicazioni o bloccare le infrastrutture energetiche.

Droni, Cyber Warfare e Machine Learning: l’arsenale invisibile

Per capire a fondo il legame tra l’attacco in Iran e l’AI, dobbiamo guardare agli strumenti fisici e digitali utilizzati. I droni non sono più semplici aerei radiocomandati. Oggi parliamo di “loitering munitions”, ovvero droni kamikaze capaci di pattugliare un’area in autonomia, attendere che l’AI identifichi il bersaglio preimpostato e colpire senza bisogno di un ulteriore input umano.

Questo solleva questioni enormi sull’efficienza e sulla letalità. Un sistema guidato dall’Intelligenza Artificiale non prova stanchezza, non ha paura e non esita. Calcola le probabilità di successo e agisce. Inoltre, l’integrazione tra droni e cyber warfare crea un ecosistema letale. Mentre i droni sorvolano il cielo, i virus informatici neutralizzano le difese aeree a terra.

Tecnologie tradizionali vs Tecnologie AI nel conflitto

Per rendere ancora più chiaro questo passaggio epocale, confrontiamo le tecnologie del passato con quelle attuali guidate dall’AI.

  • Fase di ricognizione: Nel passato dipendeva da pattuglie umane e foto aeree analizzate manualmente per giorni. Con l’AI, i satelliti e i droni offrono analisi in tempo reale tramite computer vision, in pochi secondi.
  • Selezione del bersaglio: Prima era basata su intelligence umana e decisioni prese in stanze dei bottoni con informazioni spesso frammentarie. Oggi, l’AI incrocia dati da telefoni, telecamere e segnali radio per suggerire bersagli con alta probabilità statistica.
  • Velocità di attacco: I tempi di reazione umani richiedevano ore tra l’identificazione e l’azione. I sistemi autonomi o semi-autonomi guidati dall’AI possono ridurre questo lasso di tempo a pochi minuti.
  • Precisione: Le armi tradizionali avevano ampi margini di errore (danni collaterali alti). Le armi AI promettono precisione millimetrica (sebbene i danni collaterali dipendano ancora dalla qualità dei dati inseriti).

L’etica dell’algoritmo: chi preme davvero il grilletto?

Qui entriamo in un territorio molto delicato, un tema che a noi appassionati di innovazione sta particolarmente a cuore. L’attacco in Iran e l’AI ci mettono di fronte a un bivio morale senza precedenti. Se un algoritmo commette un errore e colpisce un edificio civile, di chi è la colpa? Del programmatore? Del comandante che ha approvato l’uso del software? O della macchina stessa?

La delega della decisione di vita o di morte a una macchina è forse il rischio più grande della nostra era. La tecnologia dovrebbe essere uno strumento neutrale, ma gli algoritmi sono addestrati su dati forniti da esseri umani, portando con sé tutti i nostri bias e i nostri pregiudizi. Quando la velocità di esecuzione diventa più importante del giudizio etico, perdiamo la nostra umanità.

Dal Mediterraneo a Napoli: una riflessione umanistica sulla tecnologia

Noi che viviamo e respiriamo la cultura del Sud Italia, in particolare quella napoletana, abbiamo una visione della vita profondamente radicata nell’umanesimo. Napoli è la città di Giambattista Vico, il filosofo che metteva l’uomo e la storia al centro dell’universo. E da questa prospettiva, l’uso dell’Intelligenza Artificiale per distruggere appare come un tradimento della sua vera vocazione.

L’innovazione, per come la concepiamo, deve servire ad unire, a migliorare la qualità della vita, a risolvere i grandi problemi medici, ambientali e sociali. Vedere strumenti così potenti utilizzati nei teatri di guerra ci ricorda che l’innovazione senza una forte guida etica e filosofica è cieca. L’approccio mediterraneo ci insegna che al centro di ogni processo, anche il più automatizzato, deve rimanere il cuore, l’empatia e la consapevolezza umana. Non possiamo permettere che la freddezza del calcolo binario sostituisca il valore della vita.

L’importanza della regolamentazione internazionale

Alla luce dell’attacco in Iran e dell’uso dell’AI, la comunità internazionale si trova davanti a un’urgenza non più rinviabile. Serve una regolamentazione chiara. Proprio come in passato sono state bandite le armi chimiche o regolate quelle nucleari, oggi abbiamo bisogno di un “Trattato di Non Proliferazione” per le armi autonome e l’Intelligenza Artificiale militare.

Molti esperti tech e innovatori stanno già chiedendo a gran voce che ci sia sempre un essere umano nel ciclo decisionale (il cosiddetto principio “human in the loop”). Questo significa che l’AI può suggerire, può analizzare, ma l’azione finale e irrevocabile deve essere sempre validata da una coscienza umana.

Quali scenari futuri per la sicurezza globale?

Guardando al futuro, la corsa agli armamenti basata sull’AI è già iniziata. Le grandi potenze stanno investendo miliardi di dollari per sviluppare sistemi sempre più intelligenti e invisibili. Il rischio è quello di una “guerra iper-veloce” (hyperwar), dove le macchine combattono a una velocità tale che gli esseri umani non riescono nemmeno a comprendere cosa stia succedendo prima che il conflitto sia terminato.

Tuttavia, c’è anche una speranza. La stessa tecnologia che viene usata per colpire, può essere usata per difendere. L’Intelligenza Artificiale è essenziale per sviluppare scudi antimissile più efficaci, per prevenire attacchi terroristici intercettando anomalie finanziarie e per disinnescare i conflitti cybernetici prima che blocchino gli ospedali o le reti elettriche.

Takeaway: cosa ci insegna l’attacco in Iran guidato dall’AI

Siamo giunti alla fine della nostra analisi. Cosa possiamo imparare da questi eventi complessi?

  • L’Intelligenza Artificiale non è il futuro della guerra, è già il presente. Dalla logistica alla scelta dei bersagli, l’AI governa i conflitti.
  • La tecnologia è un acceleratore. Rende le operazioni militari più veloci, ma accelera anche i rischi di escalation incontrollate.
  • L’etica deve guidare il codice. Come ci insegna la nostra tradizione culturale, la tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio dell’uomo, e mai il suo carnefice.
  • Resta informato. Comprendere l’innovazione significa saper leggere il mondo che ci circonda. Conoscere come funzionano queste tecnologie ci rende cittadini più consapevoli e capaci di pretendere regole chiare dai nostri governi.

L’innovazione è la chiave del nostro futuro. Sta a noi assicurarci che sia un futuro in cui l’Intelligenza Artificiale venga usata per costruire ponti, non per distruggerli.

Telecamera Cantieri: Gestione e Sicurezza Avanzata per Progetti Multipli

Dalla sorveglianza di un singolo sito alla gestione centralizzata di più aree di lavoro, scopri come le soluzioni di telecamere per cantieri possono rivoluzionare la tua impresa.

La sfida della gestione di molteplici cantieri

Per le imprese edili che operano su più fronti, la gestione simultanea di diversi cantieri presenta sfide complesse. Garantire la sicurezza, monitorare i progressi e ottimizzare le risorse richiede una visione d’insieme che solo la tecnologia moderna può offrire. L’installazione di un sistema di telecamera cantieri diventa quindi una strategia fondamentale per un controllo centralizzato, efficiente e sicuro.

Un sistema unificato per la sicurezza di tutti i tuoi cantieri

La sicurezza è una priorità che si moltiplica con il numero dei cantieri attivi. Un sistema di videosorveglianza pensato per la gestione multipla permette di:

  • Centralizzare il Monitoraggio: Accedi a un’unica piattaforma per visualizzare le immagini live e le registrazioni di tutte le tue telecamere cantieri, ovunque tu sia.
  • Standardizzare le Procedure di Sicurezza: Implementa protocolli di sicurezza uniformi in tutte le aree di lavoro, garantendo lo stesso livello di protezione.
  • Rispondere Rapidamente agli Allarmi: Ricevi notifiche centralizzate in caso di eventi anomali, consentendo un intervento tempestivo e coordinato.

Vantaggi di un approccio integrato

Un sistema integrato di telecamera cantieri non solo previene furti e accessi non autorizzati, ma migliora anche la sicurezza sul lavoro (safety), permettendo di verificare il rispetto delle normative e di individuare potenziali situazioni di pericolo per gli operatori.

Efficienza operativa e controllo dei costi su larga scala

La videosorveglianza nei cantieri va ben oltre la semplice sicurezza. È uno strumento strategico per l’ottimizzazione delle operazioni.

  • Verifica delle Forniture: Controlla a distanza l’arrivo e lo scarico dei materiali, assicurandoti che tutto si svolga secondo i piani.
  • Documentazione e Reportistica: Utilizza le registrazioni video come prova in caso di dispute contrattuali o per analizzare l’efficienza dei processi costruttivi. I filmati time-lapse, realizzati simultaneamente su più cantieri, offrono una potente narrazione visiva del portfolio aziendale.
  • Risparmio sui Costi di Trasferta: Riduci la necessità di visite ispettive frequenti, risparmiando tempo e carburante.

La soluzione definitiva per la tua impresa

Che tu debba monitorare un grande progetto o gestire decine di cantieri sparsi sul territorio, l’adozione di un sistema di telecamere professionale è la chiave per mantenere il controllo, aumentare la produttività e proteggere i tuoi investimenti.

Per scoprire le migliori tecnologie e soluzioni personalizzate per la gestione video dei tuoi cantieri, esplora le opzioni disponibili su https://telecamera-cantiere.com/.

Le terze parti possono essere un grosso rischio per la sicurezza delle aziende

Anche se molte aziende stanno investendo in sicurezza informatica indipendentemente dal ROI (il 63% nel 2017 rispetto al 56% del 2016), un nuovo studio di Kaspersky Lab e B2B International ha rilevato che il costo medio di un incidente di sicurezza informatica è in crescita. Secondo il report “IT security: cost-centre or strategic investment?[1]”, le falle alla sicurezza informatica più costose per le aziende di qualsiasi dimensione derivano da errori di terze parti, il che significa che le aziende non dovrebbero soltanto investire nella propria sicurezza, ma anche prestare attenzione a quella dei loro partner.

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Lo studio di quest’anno rivela una crescita promettente dell’importanza che le aziende danno alla sicurezza IT. Le aziende stanno, infatti, iniziando a vedere la sicurezza come un investimento strategico e la quota del budget IT che viene speso per la sicurezza informatica è in crescita, raggiungendo quasi un quarto (il 23%) del budget IT nelle grandi aziende. Questa tendenza è in realtà comune alle aziende di tutte le dimensioni, incluse quelle molto piccole dove le risorse economiche sono più ridotte. Tuttavia anche se la sicurezza sembra beneficiare di una grande parte del budget IT, il problema è che quest’ultimo si sta riducendo. Per esempio, il budget medio di sicurezza IT nelle grandi aziende in termini assoluti è calato da 25,5 milioni di dollari dell’anno scorso a 13,7 milioni di dollari nel 2017.

Questa è una grande preoccupazione per le aziende, visto che – a differenza dei budget in sicurezza IT – i costi per la ripresa dalle violazioni alla sicurezza sono in aumento. Quest’anno, le PMI hanno speso una media di (87,8 mila dollari per incidenti sulla sicurezza (rispetto agli 86,5 mila dollari del 2016), mentre le grandi aziende hanno affrontato un aumento ancora più grande di 992 mila dollari nel 2017, rispetto agli 861 mila dollari del 2016.

Riguardo all’Italia, lo studio ha evidenziato che nel nostro Paese per le PMI l’impatto totale medio di una violazione di dati è ammontata a 75.600 euro e per le grandi aziende dieci volte tanto, cioè 856.800 euro. Inoltre, le aziende enterprise hanno speso in media 69.720 euro per migliorare il software e l’infrastruttura a seguito di un problema alla sicurezza.

Tuttavia, aumentare i budget per la sicurezza IT è solo una parte della soluzione, visto che le perdite più gravi derivano da incidenti che riguardano terze parti e i loro errori informatici. Le PMI hanno dovuto pagare fino a 140 mila dollari per incidenti che hanno colpito infrastrutture ospitate da terze parti, mentre le grandi aziende hanno perso quasi due milioni di dollari (1,8 milioni di dollari) a causa di falle che hanno colpito fornitori con cui condividevano dati e 1,6 milioni di dollari a causa di un livello insufficiente di protezione degli laaS-provider.

Non appena un’azienda permette l’accesso ai suoi dati o infrastrutture a un’altra azienda, le debolezze di una delle due società intaccano entrambe. Questa questione sta diventando sempre più importante dal momento in cui i governi di tutto il mondo fremono per introdurre nuove legislazioni che richiedono che le organizzazioni forniscano informazioni su come condividono e proteggono i dati personali.

 “Gli incidenti alla sicurezza informatica che riguardano terze parti sono dannosi per le aziende di tutte le grandezze e il loro impatto finanziario è ancora più grave. Questo perché le minacce si evolvono velocemente mentre le aziende e la legislazione cambiano lentamente. Quando norme come il GDPR diventeranno giuridicamente applicabili e prima che le aziende riescano ad aggiornare le loro policy, le società si ritroveranno a dover pagare anche le spese per la loro inadempienza”, afferma Alessio Aceti, Head of Enterprise Business Division di Kaspersky Lab.

Per aiutare le aziende nelle loro strategie di sicurezza IT, Kaspersky Lab presenta il Kaspersky IT Security Calculator, che si basa sul panorama delle minacce del mercato e contiene specifiche raccomandazioni di protezione. Questo strumento per le aziende è una guida aggiornata sui costi per la sicurezza IT in base ai budget medi spesi (suddivisi per area geografica, industria e dimensione dell’azienda), misure di sicurezza, principali vettori di minacce, perdite economiche e consigli su come evitare una compromissione. Si può trovare a questo link il Kaspersky IT Security Calculator e l’intero report “IT security: cost-centre or strategic investment?”.

Kaspersky Lab offre soluzioni che soddisfano le richieste delle piccole e medie imprese e delle grandi aziende in termini di endpoint protection, DDoS protection, cloud security, difesa da minacce avanzate e servizi di sicurezza informatica. Per ulteriori informazioni sulla nostra offerta di soluzioni enterprise di prossima generazione e sui nostri prodotti per le piccole e medie imprese, visitate il sito.

 


[1] Indagine globale condotta a partire dal 2011. L’ondata più recente dei dati sono stati raccolti da marzo ad aprile 2017, con un totale di 5274 interviste condotte in 30 Paesi, inclusa l’Italia.

Akamai pubblica il Rapporto sulla Sicurezza Q2 2017

Il report evidenzia la ricomparsa del malware PBot, l’impiego di algoritmi di generazione dei domini e il rapporto tra infrastruttura command and control di MIRAI e obiettivi di attacco. Sono inoltre contenuti dati salienti sulle statistiche relative agli attacchi DDoS e alle applicazioni web

 Per scaricare il Rapporto sullo stato di Internet Q2 2017 / Security: http://akamai.me/2i9vrdz

Per scaricare i singoli grafici e diagrammi con le relative didascalie: http://akamai.me/2w6mI1v

Secondo quanto emerge dal Rapporto sullo stato di Internet Q2 2017 / Security rilasciato da Akamai Technologies, Inc. (NASDAQ: AKAM) sono nuovamente in crescita gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) e alle applicazioni web. Un importante contributo a questa nuova ondata di attacchi è dato dalla ricomparsa del malware DDoS PBot, utilizzato per lanciare gli attacchi DDoS più imponenti registrati da Akamai nel corso di questo trimestre.

Nel caso del malware PBot, utenti malintenzionati hanno utilizzato codice PHP che risale ad alcuni decenni fa per generare l’attacco DDoS più ampio osservato da Akamai nel secondo trimestre. Gli autori degli attacchi sono riusciti a creare una mini botnet DDoS in grado di lanciare un attacco DDoS da 75 gigabit al secondo (Gbps). È interessante notare che la botnet PBot era composta da un numero relativamente contenuto di nodi, circa 400, in grado tuttavia di generare un notevole livello di traffico di attacco.

Un altro elemento preso dal passato, rilevato dall’analisi svolta dal team Threat Research di Akamai, è l’impiego di algoritmi di generazione di domini (Domain Generation Algorithms) nell’infrastruttura dei malware Command and Control (C2). Utilizzato per la prima volta assieme al worm Conficker nel 2008, il DGA rimane una tecnica di comunicazione frequentemente utilizzata anche per i malware attuali. Il team di ricerca delle minacce di Akamai ha scoperto che le reti infette hanno generato un tasso di ricerche DNS 15 volte superiore rispetto a quelle non infette. Ciò può essere spiegato come conseguenza del fatto che il malware presente nelle reti infette accede a domini generati casualmente. Poiché la maggior parte dei domini generati non era registrata, tentare di accedere a tutti avrebbe generato troppo rumore. Analizzare le differenze di comportamento tra le reti infette rispetto a quelle non infette è un ottimo modo per identificare l’attività del malware.

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Quando lo scorso settembre è stata scoperta la botnet Mirai, Akamai è subito diventata uno dei suoi primi obiettivi. Da allora, la piattaforma dell’azienda ha continuato a essere presa di mira e a respingere efficacemente attacchi provenienti dalla botnet Mirai. I ricercatori di Akamai hanno utilizzato la visibilità sulla botnet Mirai che solo Akamai può vantare per studiare i diversi aspetti della botnet. In particolare nel secondo trimestre tale analisi si è concentrata sull’infrastruttura C2 di Mirai. Le ricerche condotte da Akamai indicano chiaramente che Mirai, come molte altre botnet, sta contribuendo alla massificazione degli attacchi DDoS. Si è osservato che sebbene molti dei nodi C2 della botnet abbiano condotto “attacchi dedicati” contro IP selezionati, sono stati ben più numerosi i nodi che hanno partecipato a quelli che potremmo considerare attacchi di tipo “pay-for-play”. In queste situazioni, i nodi C2 della botnet Mirai hanno attaccato degli indirizzi IP per brevi periodi, divenendo poi inattivi per riemergere in seguito e attaccare obiettivi diversi.

“Gli autori degli attacchi testano continuamente i punti deboli nelle difese delle aziende e investono maggiore energia e risorse sulle vulnerabilità che risultano più diffuse ed efficace”, spiega Martin McKeay, Senior Security Advocate di Akamai. “Eventi come la botnet Mirai, l’exploit utilizzato da WannaCry e Petya, l’aumento continuo degli attacchi SQLi e la ricomparsa del malware PBot testimoniano che gli autori degli attacchi non escogiteranno solo nuovi strumenti e strategie, ma torneranno a riutilizzare anche strumenti già visti in passato che si sono dimostrati particolarmente efficaci”.

Alcuni dati:

Altri dati di rilievo presenti nel rapporto sono:

        Il numero di attacchi DDoS del secondo trimestre è cresciuto del 28% su base trimestrale dopo avere registrato un calo per tre trimestri consecutivi.

        Gli autori degli attacchi DDoS si stanno dimostrando più ostinati che mai, attaccando i propri obiettivi con una media di 32 volte nel corso del trimestre. Una società di gaming è stata attaccata 558 volte, ossia con una media di sei volte al giorno.

        Il maggior numero di indirizzi IP univoci utilizzati in attacchi DDoS frequenti ha avuto origine in Egitto, con una percentuale del 32% sul totale generale. Il trimestre scorso erano gli Stati Uniti a detenere il primato, mentre l’Egitto non rientrava nella top five.

        Questo trimestre sono stati utilizzati meno dispositivi per lanciare attacchi DDoS. Il numero di indirizzi IP coinvolti in attacchi DDoS volumetrici è crollato del 98% passando da 595.000 a 11.000.

        L’incidenza degli attacchi alle applicazioni web è aumentata del 5% su base trimestrale e del 28% su base annuale.

        Gli attacchi SQLi sono stati utilizzati in più della metà (51%) degli attacchi alle applicazioni web questo trimestre, rispetto al 44% del trimestre scorso, generando quasi 185 milioni di avvisi solo nel secondo trimestre.

 

 

Metodologia

Il Rapporto sullo stato di Internet Q2 2017 / Security di Akamai combina i dati sugli attacchi raccolti dall’intera infrastruttura globale di Akamai ed è frutto delle ricerche svolte dai vari team dell’azienda. Il rapporto si avvale dei dati raccolti dalla Akamai Intelligent Platform e fornisce un’analisi dell’attuale panorama delle minacce e della sicurezza sul cloud, nonché informazioni sulle tendenze degli attacchi. Il Rapporto sullo stato di Internet / Security è frutto della collaborazione di vari professionisti della sicurezza di Akamai, tra cui il team SIRT (Security Intelligence Response Team), l’unità Threat Research, i team Information Security e Custom Analytics.

 [gview file=”http://www.antoniosavarese.it/wp-content/uploads/2017/09/q2-2017-state-of-the-internet-security-infographic.pdf”]

 

Informazioni su Akamai

Grazie alla propria piattaforma cloud di delivery più estesa e affidabile al mondo, Akamai supporta i clienti nell’offerta di experience digitali migliori e più sicure da qualsiasi dispositivo, luogo e momento. Con oltre 200.000 server in 130 paesi, la piattaforma Akamai garantisce protezione dalle minacce informatiche e performance di altissimo livello. Il portfolio Akamai di soluzioni per le web e mobile performance, la sicurezza sul cloud, l’accesso remoto alle applicazioni aziendali e la delivery di contenuti video è affiancato da un servizio clienti affidabile e da un monitoraggio 24×7. Per scoprire perché i principali istituti finanziari, i maggiori operatori e-commerce, provider del settore Media & Entertainment ed enti governativi si affidano ad Akamai, visitate il sito https://www.akamai.com/it/it/ o https://blogs.akamai.com/it/ e seguite @AkamaiItalia su Twitter.

 

 

Sicurezza e privacy nella nuvola: l’esempio dei Paesi Scandinavi

In questi giorni si parla molto dello scandalo intercettazioni in USA e dell’attività della National Security Agency (NSA). 
Riportiamo un commento di Mikko Hypponen, responsabile dei Laboratori di Ricerca di F-Secure in merito: 
  
What we have in our hands now is the first concrete proof of U.S.-based high-tech companies participating with the NSA in wholesale surveillance on us, the rest of the world, the non-American, you and meThe long term solution is that Europe should have a dot.com industry just like the United States, which would give us economic benefits but more importantly would make us independent of the wholesale surveillance of the U.S. intelligence agencies“. 
  
Per chi fosse interessato, potete seguire in tempo reale Mikko Hypponen su Twitter: https://twitter.com/mikko 
  
A seguire, comunicato stampa F-Secure sull’attività svolta dall’azienda in ambito cloud security. 
  

Il 63% degli  utenti teme per la sicurezza delle soluzioni cloud presenti sul mercato e ha paura della fine che potrebbero fare i propri dati. Esiste allora una nuvola personale davvero sicura? 
  
Milano – 12 giugno 2013: Per chi ancora si chiede se esistono davvero servizi cloud sicuri e in grado di garantire la privacy,  la risposta la offre il leader in sicurezza F-Secure che da oltre un anno è entrato di forza nel mercato dei servizi per il content cloud. Da 25 anni, l’azienda opera nel campo della sicurezza online con un forte focus sulla privacy e sulla protezione dei dati, temi chiave per chiunque operi in un paese come la Finlandia, patria di F-Secure.   
  
Una ricerca ha mostrato che gli utenti vogliono utilizzare servizi cloud personali e, allo stesso tempo, vogliono sapere se i propri contenuti sono privati, sicuri e sotto il loro controllo. In particolare, il 63% è preoccupato di incorrere in possibili vulnerabilità quando archivia contenuti sui social network e attraverso servizi di cloud storage. Inoltre, sei su dieci di questi utenti teme che i fornitori di servizi cloud possano utilizzare i loro contenuti.* 
  
Il content cloud di F-Secure è stato pensato, costruito e gestito secondo ristrette policy di sicurezza e di privacy con multipli livelli di sicurezza che proteggono i dati criptati degli utenti. A riprova di quanto F-Secure sia davvero in grado di implementare la sicurezza a tutti i livelli, gli stessi dati sono archiviati usando strutture di metadati nascosti. Come una grande città senza mappe e nomi delle strade, la struttura di metadati nascosta non fa trovare niente a una persona non autorizzata.   
  
“La nuvola di F-Secure è costruita per essere conforme agli alti standard di privacy UE e dei Paesi Scandinavi”, ha commentato Janne Jarvinen, Director External R&D Collaboration di F-Secure. “Siamo attivi nei consorzi scandinavi e dell’UE che hanno come obiettivo la gestione corretta della nuvola. Costruiamo sistemi che possono essere affidabili ed è un onore per noi ‘fare la cosa giusta’, cioè permettere agli utenti di avere il controllo sui propri dati”.    
  
L’attenzione di F-Secure sui servizi cloud sicuri si estende alla protezione dai malware nella nuvola: F-Secure fa la scansione di contenuti caricati e copiati grazie alle avanzate tecnologie di protezione che hanno ottenuto il riconoscimento AV-TEST Best Protection** e, in questo modo, previene la diffusione di malware che avviene in particolare dalla condivisione di file e dalla collaborazione attraverso la nuvola. 
  
Un’azienda con solide basi nella privacy 
  
Per un’azienda come F-Secure, basata in Finlandia, la privacy non è solo un termine in voga nel marketing, ma un valore fortemente sentito a livello culturale e supportato da forti leggi sulla privacy in vigore in questo paese. Le leggi dell’UE e Finlandesi proteggono la segretezza della corrispondenza, della telefonia e di altre comunicazioni confidenziali e consentono agli utenti di controllare l’uso dei propri dati personali. Le università finlandesi, in cambio, creano esperti e amministratori IT particolarmente formati e sensibilizzati sui temi della privacy, capaci di mettere poi in pratica quanto studiato quando vanno a lavorare in un’azienda tecnologica finlandese come F-Secure. 
  
“In questo paese trattiamo il tema della privacy in modo molto serio”, ha spiegato Timo Laaksonen, Vice President Content Cloud di F-Secure. “In tutto il mondo, le persone sono preoccupate dei servizi cloud e si chiedono se i propri dati sono usati per fare profilazioni senza il loro permesso. F-Secure è il prodotto di un paese dove la privacy è parte integrante del tessuto culturale. I tuoi contenuti sono tuoi e noi rispettiamo questo. In F-Secure lavoriamo con questo principio di fondo, in ogni cosa che facciamo”.   
  
Un leader internazionale nella sicurezza cloud 
  
F-Secure è riconosciuta a livello internazionale come all’avanguardia e leader nella sicurezza cloud, al punto che il CEO di F-Secure, Christian Fredrikson, è entrato a fare parte del comitato direttivo della European Cloud Partnership (ECP) della Commissione Europea. 
F-Secure, con una presenza in oltre 100 paesi in tutto il mondo, archivia contenuti per milioni di persone globalmente, mettendo insieme parecchi petabyte di dati in cinque data center, presenti in tre diversi continenti. 
  
Content Anywhere, la soluzione di content cloud di F-Secure disponibile attraverso gli operatori di telefonia mobile e banda larga, consente agli utenti di archiviare, sincronizzare, accedere e condividere foto, video, documenti e altri file in modo sicuro, ovunque e da qualunque dispositivo. 
  
  
*L’indagine “F-Secure Global Consumer Survey” si basa su un campione di 6.000 interviste via web agli abbonati alla banda larga di età compresa tra i 20 e i 60 anni in 15 paesi:  Germania, Italia, Francia, Regno Unito, Olanda, Belgio, Svezia, Finlandia, Polonia, USA, Brasile, Cile, Colombia, Australia e Malesia. Lo studio è stato completato da GfK, nell’Aprile 2013. 
  
**F-Secure ha ricevuto il riconoscimento Best Protection 2012, per la protezione da attacchi malware, da AV-TEST. www.av-test.org
 

Videointervista a Fabio Ghioni, hacker di fama internazionale

Fabio Ghioni , “Equilibrista della sicurezza”, autore di Hacker Republic, edito da Sperling Kupfer

Negli ultimi tempi si parla molto di sicurezza informatica , ma è solo una moda o davvero le cose stanno cambiando? Con Fabio abbiamo parlato di questo, di Stieg Larsson, di infrastrutture critiche, di consapevolezza, di guerra di quarta generazione, di legislazione….

Prima parte
“La reale situazione non è quella che sembra. L’allarmismo spesso viene utilizzato per aumentare le misure di sicurezza e quindi poter allocare del budget. Le aziende sono molto restie a denunciare problemi di sicurezza in quanto ciò indica una vulnerabilità dei loro sistemi. “

 

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