Ho deciso di pubblicare sul mio sito un bellissimo articolo  di Claudio Gatticgatti@ilsole24ore.com 

Nel 2008 oltre 126mila tonnellate di scarti elettronici (su 220mila) finite fuori controllo

Più di un milione di tonnellate di metalli, pericolosi e non, Pvc, plastica, gomma e cavi che finiscono chissà come e chissà dove. Ogni singolo anno. È questa la dimensione del problema. Eppure in Italia nessuno se ne accorge. Ci sono le leggi. Eppure in Italia pochi le conoscono. Nel resto del mondo occidentale si stanno cambiando le abitudini. Eppure in Italia si va avanti come sempre. E come se nulla fosse. Finché non scoppierà l'ennesima emergenza. Solo allora ci si domanderà perché non sono suonati i campanelli di allarme. Ma la risposta può essere anticipata già adesso: i campanelli d'allarme hanno squillato e squillato, ma nessuno ha mai risposto. 

Stiamo parlando dell'emergenza prossima futura dei cosiddetti Raee, i rifiuti di apparecchi elettrici o elettronici- dagli elettrodomestici ai computer. In Europa si producono ogni anno oltre 20 chili di Raee per abitante. Per questo, cinque anni fa, il Parlamento e il Consiglio europeo approvarono una direttiva che esortava tutti gli Stati membri ad adottare «misure adeguate al fine di ridurre al minimo lo smaltimento dei Raee come rifiuti municipali misti e raggiungere un elevato livello di raccolta separata». E stabiliva un obbiettivo minimo – quattro chili di Raee raccolto per ogni abitante. Con una scadenza precisa: si doveva raggiungere, e meglio ancora superare, quel quantitativo entro il 31 dicembre 2006.

Oggi in Svezia siamo a circa 19 chili di raccolta a testa. In Norvegia oltre 16. E in Italia? Superiamo i 16 chili anche qui. Ma non di raccolta, bensì di Raee che, alla faccia della direttiva europea, finiscono apparentemente nelle discariche. Legali e non. La raccolta, invece, è ferma a 1,9 chili per abitante. Insomma, a oltre due anni dalla scadenza prefissata dall'Unione Europea, l'Italia raccoglie meno della metà del minimo previsto. Non è l'allarmismo di una qualche organizzazione ambientalista. Sono i dati resi noti il 19 marzo scorso dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), l'ente preposto del ministero dell'Ambiente. Secondo le cui stime, nel 2006, 938mila tonnellate di Raee provenienti dal circuito domestico sarebbero finite in discarica.

A queste si devono poi sommare le tonnellate di Raee del circuito "professionale", che l'Ispra ha ammesso di non avere gli strumenti per stimare. In questo oceano di rifiuti elettrici ed elettronici, il settore che, sempre a detta dell'Ispra, segna «l'aumento più marcato» è quello dell'informatica e delle telecomunicazioni. In altre parole dei pc e dei loro accessori.

In un'inchiesta durata tre mesi,Il Sole 24 Ore ha cercato di capire che cosa succede in Italia in questo settore. Cominciamo dalle cifre. Con l'aiuto di vari studi europei ed esperti italiani abbiamo calcolato che nel 2008 circa 220mila tonnellate di Raee sono state generate dal settore dell'informatica e che circa 126mila di queste sono finite "fuori controllo". In altre parole, quasi quattro milioni e mezzo di pc, stampanti e monitor sono scomparsi. Se fossero disposti uno dopo l'altro lungo i 760 chilometri dell'Autostrada del Sole, tra Milano e Napoli si formerebbero tre file di apparecchiature informatiche che vanno su e giù per l'Italia. E la situazione non potrà che peggiorare. Perché nei Paesi industrializzati la vita media di un computer sta continuando a scendere. E perché nei prossimi anni si completerà il passaggio ai monitor piatti a cristalli liquidi o al plasma. Milioni di vecchi monitor a tubo catodico ancora in circolazione finiranno con l'essere rottamati. Così come i televisori dello stesso genere. «Quello della gestione dei Raee è un sistema che non registra alcun progresso. Ben pochi raccolgono e ben pochi gestiscono.

Siamo in ritardo pauroso. Lontanissimi dall'obiettivo europeo, che è già bassissimo » dichiara Rosanna Laraia, responsabile del servizio Rifiuti dell'Ispra. Grazie alla giurista ambientale Paola Ficco, abbiamo appurato che il primo motivo dei problemi nella raccolta e gestione dei Raee è il ritardo legislativo: «La questione centrale è quella della raccolta, che dovrebbe avvenire anche da parte del sistema distributivo. Ma su questo punto, tutto è ancora molto teorico.

Entro il 28 febbraio 2008,un decreto del ministro dell'Ambiente avrebbe dovuto individuare specifiche modalità semplificate per la raccolta dei Raee domestici e professionali ritirati gratuitamente da parte dei distributori in occasione dell'acquisto di apparecchiature nuove ed equivalenti. Ma il decreto non è stato ancora firmato da tutti i ministri competenti ». Insomma, il primo grado di responsabilità è chiaro: chi dovrebbe emanare nuove e più efficaci regole non le emana. Veniamo al secondo: seppure esistano già delle regole, molti le ignorano e pochi le rispettano. Nel circuito del cosiddetto Raee domestico è per esempio evidente che i consumatori privati continuano a gettare nei cassonetti dell'immondizia pc, monitor e stampanti anziché consegnarli nelle apposite isole ecologiche comunali.

Ma la situazione non è migliore nel circuito professionale, quello dei Raee provenienti da aziende ed enti pubblici. «In Italia le apparecchiature professionali non arrivano negli impianti. Tra i miei colleghi che trattano i Raee, non c'è nessuno che ne riceva in quantità significativa. Arriva solo materiale dal circuito domestico. In Francia o Germania il professionale, che è la parte più ricca, arriva. Da noi no. Questo mercato in Italia non c'è», dice Gabriele Cané, presidente di AssoRaee, l'associazione degli imprenditori di categoria. «Purtroppo, sul professionale in Italia c'è ancora cattiva informazione», spiega Federico Magalini, consulente dell'United Nations University e operation manager del consorzio di raccolta Raee Ecoped. «Molti enti e aziende non conoscono le normative che regolano la dismissione di queste macchine».

A partire da metà dicembre, Il Sole-24 Ore ha contattato 12 ministeri, la presidenza del Consiglio, le Regioni Lazio e Lombardia, i Comuni di Roma e Milano, Poste Italiane, Telecom Italia, tre delle maggiori banche italiane- Unicredit, Intesa SanPaolo e Bnl – e due dei maggiori produttori di apparecchi informatici al mondo – Ibm e Hp. Abbiamo rivolto a tutti le stesse domande: quanti pce accessori avete dismesso negli ultimi 10 anni e con quali procedure? C'è stato chi ha risposto in dettaglio, come la Regione Lombardia; Bnl; il ministero degli Esteri; quelli della Pubblica amministrazione, dell'Istruzione, dei Beni Culturali, del Lavoro, dell'Economia, dell'Interno e dell'Ambiente; la presidenza del Consiglio, Poste Italiane e la Regione Lazio. Chi ha fornito risposte non del tutto esaurienti e chi, nonostante le numerosi sollecitazioni, non ha fornito risposta alcuna. Tanto per far nomi, il trioin quest'ultima categoria è composto dal Comune di Milano, il ministero della Difesa e quello della Giustizia.

Il caso dei due produttori Ibm e Hp è a sé stante. Per vincoli normativi e/o contrattuali, le due società si devono infatti spesso far carico delle dismissioni dei loro clienti. Per esempio, sia Poste Italiane che il ministero degli Esteri ci hanno informato di aver dismesso macchine attraverso Ibm e Hp. Ma quando Il Sole-24 Ore ha chiesto a queste due aziende i dati, entrambe si sono rifiutate di rilasciarli. Dalle informazioni raccolte, abbiamo comunque appurato che le dismissioni di pc vengono fatte nei modi più diversi. Almeno fino a poco tempo fa, uno dei più comuni per i ministeri era quello della "cessione gratuita". Alla Croce Rossa o alle scuole. In questo caso, il materiale dismesso veniva riutilizzato e quindi non entrava neppure in gioco la definizione di rifiuto e il passaggio a Raee.

Un giurista consultato dal Sole 24 Ore ha definito la prassi legittima, visto anche che le direttive europee incentivano il riutilizzo oltre che il recupero. Il problema è che in questo modo si corre il rischio di far uscire dal circuito professionale macchine di cui si possono perdere le tracce senza che nessuno si faccia carico dei costi di smaltimento. Abbiamo perciò ottenuto un ulteriore parere da un ex funzionario dell'Unità rifiuti della direzione generale Ambiente della Commissione europea: «Se la Pubblica amministrazione ha un accordo con una scuola o con un altro soggetto che prende articoli elettronici o elettrici per riutilizzarli, non siamo nella definizione di rifiuto. Ma se invece si passa per un centro di stoccaggio o un professionista della raccolta, che poi magari seleziona il riutilizzabile, allora sono Raee e come tali vanno gestiti».

La situazione è decisamente più problematica quando si parla di vendita di apparecchi da dismettere. Un'azienda ci ha per esempio comunicato di aver venduto ben 17mila macchine con un'età media di 7 anni. «Se un ente o un'azienda decide di smaltire, deve affidarsi a un soggetto abilitato che porti i Raee a chi può smaltirli. E per questo deve pagare. Se invece i computer li vende a chi li ritira, non si tratta di rifiuti e quindi non si è sottoposti alle normative sullo smaltimento. Si scrive la minusvalenza a bilancio e si è a posto. L'escamotage è spesso nel pagamento del trasporto. In altre parole, per bypassare la normativa ambientale basta vendere "franco destino" e pagare a parte il trasporto una cifra che di fatto include lo smaltimento», spiega Cané. «Non è possibile che per lo stesso genere di servizio, e cioè la dismissione di vecchi pc, molti paghino e alcuni incassino.

Nel momento in cui il soggetto che ritira il rifiuto offre un corrispettivo ci si deve chiedere cosa lo rende fattibile», commenta Magalini. Il quale prosegue: «La logica mi porta a pensare che una dismissione costi, non che renda. Non mi è perciò chiaro come il corretto trattamento di questi beni per il loro riutilizzo possa ripagare il costo della logistica e garantire un utile a chi ritira». Nel caso di Telecom Italia abbiamo appurato che «tra il settembre 2006 e il dicembre 2008, 81.779 pezzi, di cui 51.879 monitor, sono stati dismessi a titolo gratuito. Quando abbiamo chiesto chi si è sobbarcato le spese di ritiro e trasporto, ci è stato risposto che erano state a carico della società recuperatrice, in quanto si ripaga i costi sostenuti attraverso il recupero della materia prima». Per cercare di capire come si faccia a guadagnare acquistando o ritirando a proprie spese macchine che altri manderebbero alla rottamazione, Il Sole 24 Ore si è recato nei sobborghi di Parma a visitare gli impianti di una delle maggiori aziende di raccolta di Raee professionali.

Si tratta del gruppo Chibo, amministrato dal suo stesso proprietario, Earl Dubowy, un newyorkese trasferitosi nel nostro Paese. È l'azienda che ha comprato le già citate 17mila macchine vecchie di 7 anni. E che ha ritirato oltre 16 tonnellate di apparecchi dismessi dal ministero dell'Ambiente. «Noi trattiamo solo professionale – ci spiega mister Dubowy – Raccogliamo circa 100mila postazioni all'anno, che vengono per lo più dal rinnovo del parco macchine di assicurazioni, banche, Regioni o ministeri. Ogni pezzo viene testato, riconfigurato e rivenduto. Quelli che non funzionano vengono smembrati. E i loro componenti sono poi venduti». Abbiamo chiesto chi sono gli acquirenti: «Una parte ditte italiane che hanno bisogno di postazioni aggiuntive. Ma il 60% va all'estero: in Paesi africani o asiatici – Indonesia, Pakistan, Malesia », è stata la risposta.

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