L’IT vista dagli USA

“Il cloud computing rappresenta il futuro, grazie all’utilizzo di questa tecnologia i costi per dotarsi di un’infrastruttura saranno sempre più bassi e ciò faciliterà la nascita di nuove startup, tuttavia bisogna considerare i notevoli problemi di sicurezza dei dati, su questo tema bisogna ancora fare chiarezza”

A dicembre  ho incontrato Ed Yourdon presente a Roma per Technology Transfer  per partecipare alla “Enterprise Web & Cloud Computing Conference Europe”. Ed è sicuramente uno dei massimi esperti IT presenti negli USA al punto di essere citato nella Computer Hall of Fame.

Con lui abbiamo parlato di cloud computing  e degli scenari  futuri che attendono il mondo IT, evidenziando le differenze tra ciò che accade in Italia e ciò che accade nel continente americano.


Il cloud computing è il presente o il futuro?

Il cloud computing  fa parte sia del presente che del futuro. Sicuramente ci sono varie società che già utilizzano le applicazioni di cloud, e faccio riferimento in modo particolare al mondo americano e agli Stati Uniti. Ciononostante prima di cominciare la nostra conferenza qui a Roma  abbiamo fatto un breve sondaggio tra i partecipanti  ed una sola persona ha dichiarato di usare già il cloud computing, mentre gli altri stanno valutando la possibilità di usarlo in futuro. Quindi se devo rispondere riguardo al mercato italiano, posso dire che il cloud rappresenta il futuro, invece sul piano internazionale è il presente già negli Stati Uniti e in altre aree del mondo anche se non è ancora una tecnologia dominante.

Qual è dal suo punto di vista la percentuale di penetrazione di questa tecnologia nei mercati e quali sono le differenze che hanno portato a questi risultati?

Questa è un’esperienza che posso considerare comune perché ormai vengo dal ‘91 in Italia e in effetti ho notato che le aziende italiane sono sempre circa 3-4 anni indietro rispetto al mondo americano. Io penso che non solo l’Italia ma in generale l’Europa è un’area del mondo in cui la mentalità è forse un po’ più prudente e tradizionalista, quindi prima di adottare una nuova tecnologia si effettuano tutte le verifiche del caso, invece in America si tende a sperimentare prima ancora di aver conosciuto i benefici di questa tecnologia.

Vorrei però sottolineare che spesso ciò accade tra quelle che sono delle piccole e medie imprese rispetto a quelle che sono invece delle grandi aziende. Io partecipo a questi seminari organizzati da Technology Transfer ai quali intervengono ovviamente grandi aziende, enti pubblici, strutture e istituzioni fortemente regolamentate (come possono essere le banche) e questi sono ambienti in cui vi è una maggiore prudenza nell’adozione di una nuova tecnologia e  dove vi sono anche degli ostacoli legati alle caratteristiche intrinseche di queste società. In questo, la situazione tra Italia e Stati Uniti è analoga perché anche in America le grandi aziende e le banche devono rispettare queste norme prima di adottare una nuova tecnologia. La stessa analogia vale per le piccole e medie imprese che sono invece delle società fortemente dinamiche, molto più aperte verso l’innovazione e la sperimentazione di nuove tecnologie e che si comportano in egual modo in Italia e Stati Uniti.

Tra le cause della scarsa diffusione del cloud computing c’è il problema della sicurezza? Pensando anche al caso recente di Wikileaks mi sembra evidente che ci sia una problema di conservazione dei dati. Quindi come vede in generale questo problema, soprattutto in relazione all’adozione di questa tecnologia?

Quello della sicurezza dei dati è un problema di grande attualità e di carattere universale ma è anche vero che, in America quanto in Europa, nelle grandi aziende come banche, telecomunicazioni, enti pubblici e statali la preoccupazione legata alla sicurezza dei dati è fondamentale, invece nelle piccole e medie aziende ci sono meno norme che disciplinano la sicurezza dei dati; non lo considerano un rischio colossale e adottano volentieri quindi le nuove tecnologie. E’ vero anche che c’è una contraddizione in atto soprattutto negli Stati Uniti da parte di quelli che sono gli enti pubblici e governativi dove alcune scelte tecnologiche sono guidate dal driver della riduzione dei costi. In effetti l’idea di poter adottare quelle che si chiamano utility applications ed ad esempio trasferire tutta la gestione della posta elettronica su una nuvola, cioè un cloud, rappresenta un enorme beneficio in termini risparmio dei costi. Ma al tempo stesso, a fronte di questo risparmio nessuno si preoccupa della sicurezza dei dati. Sono dati, infatti, che vengono trasferiti al di fuori della aziende, in queste nuvole e non si tiene conto del fattore sicurezza. C’è dunque una contraddizione.

Quindi la tecnologia intrinsecamente ha dei problemi di sicurezza?

Sì, e tra l’altro questo problema è reso ancor più complesso dal fatto che i vendor delle tecnologie di cloud computing non riconoscono apertamente il fattore di rischio che si corre con l’adozione di queste tecnologie quindi rendono molto difficile anche la scelta di quelle aziende che vorrebbero adottarle ma non sanno fino a che punto mettono a rischio i loro dati.

Quindi non c’è consapevolezza?

Più che una non consapevolezza, non c’è una valutazione realistica.

Quali sono, dal suo punto di vista, i trend tecnologi su cui si sente di scommettere per il futuro?

Il cloud computing è una tecnologia che è in costante e forte crescita quindi prenderà sicuramente piede, ma un’altra tecnologia importante di cui si è parlato in questa conferenza è quella che inizialmente era chiamata web 2.0 e che  ora sta di fatto diventando Enterprise 2.0 e che consente di sfruttare questi tools di comunicazione sociale per delle attività di business importanti. La reazione rispetto all’enterprise 2.0 è più o meno simile a quella che abbiamo visto con il cloud computing. Le grandi società, cioè, sono più lente nell’adottare questa tecnologia sempre per motivi legati alla sicurezza e anche per il timore di perdere il controllo dei propri dati e invece le piccole aziende sono ancora una volta molto più veloci e dinamiche nell’adozione di queste tecnologie

Noi viviamo in un momento storico di estrema innovazione dove le tecnologie fanno la parte del leone e ogni giorno c’è qualcosa di nuovo. Lei non crede però che questa estrema velocità sia allo stesso tempo un limite, cioè che si produca più tecnologia di quanta se ne riesca ad usare? Penso ad esempio ai software: ogni giorno ce n’è uno diverso.

Diciamo che questo problema è comune ancora una volta alla distinzione fatta prima rispetto alla piccole e grandi aziende. Le grandi aziende fanno fatica ad assorbire queste nuove tecnologie mentre le giovani e le piccole aziende che sono più snelle nella loro struttura le adottano con più facilità. E vi è anche un motivo legato agli investimenti, perché le grandi aziende hanno già fatto degli investimenti in termini di tempo, di risorse, di fondi e cultura aziendale e quindi per adottare una nuova tecnologia devono in qualche modo accantonare tutti quelli che sono stati gli investimenti fino a quel momento. Mentre le giovani aziende non hanno fatto grandi investimenti in questo senso quindi sono più aperte ad adottare queste nuove tecnologie.  Poi vi è anche un fattore generazionale:  le nuove generazioni adottano più facilmente queste nuove tecnologie anche a causa di una elasticità mentale diversa. A questo si aggiunge anche il fatto che stiamo parlando tra persone che vivono in paesi industrializzati, nei quali queste tecnologie sono ormai di comune utilizzo. Ma non dimentichiamo che ci sono aree molto estese del mondo e quindi milioni e milioni di cittadini, che non hanno nessun accesso a queste tecnologie e che finalmente quando esse sono prodotte finalmente a prezzi più bassi, possono utilizzarle per la prima volta in assoluto e mi riferisco all’Africa, all’Asia e a molte regioni del mondo. Abbiamo fatto delle conferenze nelle quali abbiamo sperimentato che anche le persone che hanno un reddito giornaliero di un dollaro, utilizzando queste tecnologie moderne hanno la possibilità di cambiare radicalmente la loro vita.

Oggi la fotografia del business IT è questa: dal punto di vista quantitativo poche grandi aziende nel settore software e hardware (Google, Facebook, HP, IBM) e dal punto di vista geografico quasi tutte localizzate negli Stati Uniti. Il futuro, secondo la sua esperienza, sarà lo stesso con pochi big players nel settore e localizzati in America o cambierà qualcosa?

Sicuramente guardando al futuro il quadro sarà molto diverso. Avremo certamente una situazione più globale con grandi società, ma che probabilmente saranno dislocate in Cina, in India, in Russia e forse anche in qualche paese europeo. Non dimentichiamo tra l’altro che queste grandi società che oggi operano nel mercato statunitense sono state fondate da emigranti (penso a Google che è stata fondata da due emigranti russi) ma oggi lo sviluppo tecnologico e le infrastrutture sono tali che queste persone potranno rimanere o tornare a casa per fondare queste società.

Anche se dal mio punto di vista, ancora oggi le possibilità che ci sono in America non sono uguali nel resto del mondo perché lì c’è tutto: infrastrutture, cultura dell’innovazione e tutti i fattori fertili per fare crescere le start up. In altre parti del mondo, in particolare in Italia, vedo invece ancora dei problemi.

Sono d’accordo ma penso anche c’è in atto un cambiamento importante legato anche al fatto che negli USA il  sistema dell’istruzione sta peggiorando drammaticamente in questi ultimi anni: non produciamo più il numero sufficiente di matematici, di ingegneri elettronici ed elettrici che sono coloro che poi dovrebbero costruire la società del futuro. In passato avevamo bisogno per cominciare una nuova società di avere dei venture capitalist, cioè avevamo bisogno di milioni di dollari per cominciare. Oggi invece ad una piccola azienda che ha un’idea basta anche solo un migliaio di dollari per essere avviata senza aver bisogno di ricorrere a capitali esterni e ha la possibilità cioè di autofinanziarsi. Quindi queste piccole società possono nascere anche in India, in Cina e in altri mercati perché non hanno più bisogno dei grandi capitali che invece erano essenziali negli anni ‘90 quando si è affacciato internet, con tutto quello che ha comportato. Abbiamo affrontato questo argomento proprio oggi in conferenza parlando del vantaggio del cloud computing. In passato quando uno aveva un’idea, per poterla mettere alla prova e poter fare anche un progetto pilota aveva bisogno di tantissimi fondi per acquistare l’hardware necessario per realizzare anche un prototipo. Oggi grazie al cloud computing questo non è più necessario perché è possibile affittare gli stessi servizi su Amazon, mettere alla prova quest’idea e se poi si realizza un’idea fattibile ed efficace, la potete poi riprodurre in scale maggiori quindi con grande successo, ma senza aver dovuto sopportare quel grande investimento iniziale.


……

ED YOURDON  – E’ un consulente di fama internazionale specializzato in Project Management, metodologie di Software Engineering e sviluppi Web 2.0. E’ autore di 27 libri tra cui citiamo: “Byte Wars”, “Managing High-Intensity Internet Projects”, “Death March”, “Rise and Resurrection of the American Programmer”, “Outsource: competing in the global productivity race”. Negli ultimi tempi ha focalizzato la sua attenzione sulle tecnologie Web 2.0, è stato guest editor nell’Ottobre 2006 di un numero speciale del Cutter Journal su “Creating Business Value with Web 2.0”, ha sviluppato una “mind-map” sui concetti, tecnologie e vendors Web 2.0.

E’ universalmente conosciuto come il più importante sviluppatore dei metodi strutturati di analisi e design negli anni 70 e come co-sviluppatore del metodo Yourdon/Whitehead di analisi/design Object-Oriented e della metodologia Coad/Yourdon. Nel 1999 in “Crosstalk: The Journal of Defense Software Engineering” è stato definito come una delle 10 persone più influenti nel campo del software. Nel Giugno 1997 è stato citato nel Computer Hall of Fame assieme a Charles Babbage, Seymour Cray, James Martin, Grace Hopper, Gerald Weinberg e Bill Gates. E’ autore di più di 500 articoli tecnici e di 27 libri. E’ stato advisor di un progetto di ricerca di Technology Transfer sulle opportunità dell’industria software nell’Unione Sovietica, è stato membro dell’expert advisory panel per l’acquisizione di I-CASE da parte del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Ed Yourdon presenterà a Roma per Technology Transfer il seminario “Agile Project Management” il 2-4 maggio 2011 e il seminario “Gestire l’implementazione dell’Enterprise 2.0 il 5-6 maggio 2011.

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