Immagina di sederti su pietre che hanno visto scorrere millenni. Sopra di te, solo il cielo stellato di una notte d’estate campana. Davanti ai tuoi occhi, il Teatro Grande di Pompei si trasforma in un ponte temporale dove il mito greco incontra la sensibilità contemporanea. Le Baccanti di Euripide, dirette dal maestro indiscusso del teatro d’avanguardia Theodoros Terzopoulos, non sono state solo uno spettacolo. Sono state un’esperienza sensoriale totale.
In questo contesto unico, l’archeologia si fonde con l’innovazione della performance, dimostrando come la Campania sappia essere l’epicentro di una rinascita culturale che unisce passato e futuro. Da sempre sostengo che la tecnologia non sia fatta solo di silicio e circuiti, ma di strumenti capaci di amplificare l’esperienza umana. Il teatro antico, in questo senso, è la più potente macchina di realtà aumentata mai inventata dall’uomo.

La magia millenaria del Teatro Grande sotto le stelle
Il vero punto di forza di questa produzione delle Baccanti a Pompei è stata la sinergia totale con la location. Il Teatro Grande di Pompei non ha fatto semplicemente da sfondo scenografico, ma è diventato un attore aggiunto, un amplificatore di emozioni primordiali. Quando le luci della cavea si sono abbassate e il pubblico si è ritrovato sotto le stelle, il silenzio delle rovine ha caricato lo spazio di un’energia sacra e palpabile.
La pietra antica ha risuonato con i canti, i respiri affannati e i movimenti ritmici della messa in scena. Questa unione tra la natura, la storia e l’arte drammatica rappresenta una forma di ingegneria culturale senza tempo. Pompei dimostra ancora una volta che la valorizzazione del patrimonio storico non passa per la sua rigida museificazione, ma per la sua capacità di ospitare nuova linfa vitale, parlando i linguaggi della contemporaneità a un pubblico che cerca risposte alle complessità di oggi.
La sinossi dell’opera: il conflitto eterno tra ordine e caos
Per comprendere a fondo la portata rivoluzionaria della regia di Terzopoulos, è fondamentale fare un passo indietro e analizzare la struttura drammaturgica del capolavoro di Euripide. Le Baccanti mettono in scena lo scontro insanabile tra la razionalità repressiva, incarnata dal giovane re di Tebe, Penteo, e la forza primordiale, selvaggia e liberatoria dell’irrazionale, rappresentata dal dio Dioniso. Il dio del vino, del teatro e dell’estasi giunge a Tebe sotto mentite spoglie umane per punire la famiglia reale che rifiuta di riconoscere la sua natura divina.

Dioniso infonde una sacra follia nelle donne della città, le Baccanti (o Menadi), spingendole ad abbandonare le proprie case per celebrare i riti misterici sui boschi del monte Citerone, in preda a un’estasi mistica e selvaggia. Penteo, ossessionato dal controllo politico e morale, tenta disperatamente di arrestare lo straniero e di reprimere il culto dionisiaco. Tuttavia, sedotto e manipolato dallo stesso Dioniso, il sovrano si lascia convincere a travestirsi da donna per andare a spiare di nascosto i rituali segreti delle donne sul monte.

Il finale dell’opera è una delle vette più drammatiche e spietate dell’intera storia del teatro occidentale. Scoperto dalle Baccanti nel folto del bosco, Penteo viene scambiato per una fiera e letteralmente fatto a pezzi dalle donne in preda al delirio dionisiaco. A guidare il massacro è Agave, la madre stessa di Penteo. La donna rientra a Tebe trionfante, stringendo tra le mani la testa del re convinta si tratti di un leone di montagna, solo per risvegliarsi dall’illusione divina pochi istanti dopo e sprofondare nell’orrore indicibile del figlicidio. Euripide ci lascia così una riflessione durissima: negare la parte dionisiaca e irrazionale dell’animo umano porta inevitabilmente alla distruzione totale.
La scenografia essenziale incontra i giovani talenti
La regia di Theodoros Terzopoulos è famosa in tutto il mondo per il suo metodo geometrico, quasi ingegneristico, che impone un uso estremo del corpo e del diaframma come principali strumenti della narrazione scenica. La scenografia di questa produzione a Pompei è stata volutamente minimale, astratta e tagliente. Ha sezionato lo spazio del Teatro Grande senza aggredirlo visivamente, lasciando che a riempire la scena fossero esclusivamente i corpi in tensione, le voci ancestrali e il sudore dei venti attori protagonisti.
Il racconto dietro le quinte di questo spettacolo passa attraverso venti giorni di prove di un’intensità fisica e mentale straordinaria. La scelta del regista greco è stata coraggiosa e lungimirante: ha voluto puntare su un cast di attori affermati come Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo),
Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea) e molti giovani attori come Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
ed il coro (in o.a.) Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati, molti dei quali alle loro prime esperienze importanti su un palco di questa portata internazionale. Questa dinamica ha portato sulla scena delle Baccanti una freschezza, una fame artistica e una potenza fisica travolgenti. Il coro si è mosso come un unico organismo vivente, un flusso di energia pura che ha catturato e scosso lo spettatore dall’inizio alla fine, trasformando la recitazione in un rito collettivo.



La nota di meritocrazia: il talento puro di Rocco Ancarola
In un panorama artistico nazionale che troppo spesso fatica a dare spazio e fiducia alle nuove generazioni, questa produzione si è distinta per una limpida e straordinaria nota di meritocrazia giovane. Tra le performance più brillanti e magnetiche della serata spicca senza dubbio quella di mio nipote, Rocco Ancarola, a cui è stato affidato il ruolo cruciale e difficilissimo del secondo messaggero. Vedere un legame di sangue brillare su un palcoscenico così importante, unendo la passione di famiglia all’eccellenza artistica, è stata per me un’emozione indescrivibile che si fonde perfettamente con la mia visione di una Napoli che cresce e si rinnova attraverso i suoi talenti migliori.
Il ruolo del secondo messaggero nelle Baccanti è storicamente uno dei banchi di prova più complessi per un attore tragico. Spetta a lui l’onere drammatico di entrare in scena e raccontare nei minimi, agghiaccianti dettagli la morte violenta di Penteo sul monte Citerone. Non c’è azione sul palco in quel momento; c’è solo la parola che deve farsi immagine nella mente del pubblico. Rocco, nonostante la giovane età, ha affrontato questo testo monumentale con una maturità artistica e una presenza scenica che hanno lasciato il segno.
La sua recitazione ha combinato una precisione tecnica impeccabile nel controllo del corpo e della voce a una profonda, vibrante carica emotiva. Senza mai cedere alla retorica, ha saputo restituire la pietà e l’orrore di quel racconto tragico, dimostrando come il talento puro, quando viene supportato da uno studio rigoroso e da opportunità concrete, possa dialogare alla pari con i giganti della regia mondiale. È la conferma tangibile che il futuro del teatro italiano è vivo, vegeto e merita di abitare palcoscenici di questo prestigio.
Il legame profondo tra innovazione culturale e identità campana
Cosa unisce, in fin dei conti, la tragedia greca, le pietre millenarie di Pompei, il talento dei giovani e la cultura dell’innovazione? La risposta risiede nella capacità di riprogettare i linguaggi. Terzopoulos non compie una semplice operazione archeologica o una trasposizione nostalgica del mito; lo reinstalla nel presente, aggiornandone i codici comunicativi. Usa il corpo e la voce degli attori come un hardware biologico avanzatissimo, capace di far girare il software antico e sempre attuale della tragedia euripidea.
La Campania, e l’area archeologica napoletana in particolare, si confermano gli hub ideali per questo tipo di sperimentazioni culturali. La nostra terra non possiede soltanto una storia straordinaria da raccontare in modo passivo, ma ha la capacità unica di metabolizzare quella storia per farla parlare al pubblico moderno, intercettandone le inquietudini e le sfide digitali. Abbinare la freschezza dei giovani talenti alla maestosità del nostro passato non è solo una scelta artistica vincente, ma rappresenta la vera strategia per creare un turismo culturale ad alto valore aggiunto e per educare le nuove generazioni alla bellezza e all’arte.
Le lezioni chiave dello spettacolo
Per riassumere l’impatto profondo di questa straordinaria messa in scena delle Baccanti al Teatro Grande di Pompei, possiamo identificare tre lezioni fondamentali che ridefiniscono il modo di fare e comunicare la cultura oggi:
- Lo spazio archeologico come contenuto attivo: La location storica non deve essere considerata come un mero contenitore passivo, ma come un elemento vivo che modifica, arricchisce e amplifica il significato profondo dell’opera d’arte.
- La meritocrazia per investire sul futuro: Dare ruoli di massima responsabilità drammaturgica a giovani attori di talento, come ampiamente dimostrato dal successo sul campo di Rocco Ancarola, è l’unico modo reale per rinnovare e far evolvere il sistema culturale del nostro Paese.
- Il rigore minimalista crea la vera libertà: La scenografia essenziale e il metodo fisico di Terzopoulos dimostrano che togliere il superfluo e gli effetti speciali artificiali permette di far emergere la potenza assoluta del messaggio e della parola.
Le Baccanti a Pompei ci lasciano un grande insegnamento che porto volentieri nel mio viaggio nel mondo dell’innovazione: il cambiamento non è legato esclusivamente al digitale o all’evoluzione tecnologica dei dispositivi. Innovazione significa anche avere il coraggio di prendere un testo scritto duemilacinquecento anni fa, metterlo interamente nelle mani e nei corpi di venti ragazzi appassionati, e lasciar accadere la magia sotto una notte piena di stelle.

Ingegnere gestionale, sono Head of Smart Services nell'unità Servizi di Enel Italia.
Mi occupo di Smart Office e di tecnologie abilitanti a questo nuovo settore come ad esempio la sensoristica IoT.
Da più di 20 anni svolgo attività come giornalista freelance e consulente di comunicazione per alcune aziende.
Scrivo di nuove tecnologie, IT Governance, startup, Web Economy, AI, cybersecurity, IoT attraverso interviste ai protagonisti del mondo dell'innovazione.
Sposato con Antonella e papà innamorato di Sara ed Elisa ed Andrea. 
Commenti recenti