C’è un dettaglio che sfugge, o meglio che si finge di non vedere, quando certi editoriali dall’alto delle redazioni patinate invitano i napoletani a “tornare a casa” e a credere nella propria città. È facile dirlo, comodamente affacciati su una terrazza di Posillipo, coccolati dagli agi, dalle lobby e dalle relazioni giuste. È facile tessere lodi di Napoli quando la si vive soltanto dai salotti buoni, dove i problemi reali non arrivano mai.

Ma Napoli non è solo Posillipo. Napoli è Scampia, è Ponticelli, è San Giovanni a Teduccio. Napoli è la Circumvesuviana che salta corse ogni giorno, costringendo pendolari, studenti e lavoratori a fare i conti con ritardi e disservizi cronici. Napoli è la burocrazia che strozza chi prova ad aprire un’attività. Napoli è anche il problema della sporcizia: se è vero che gli atavici disastri legati ai rifiuti sono stati superati, resta purtroppo una città sporca, soprattutto lontano dalle vetrine turistiche. Fatevi, ad esempio, un giro al Centro Direzionale per capire la differenza tra la cartolina e la realtà.

Eppure, dopo l’editoriale di Napoletano, si è assistito a quello che qualcuno ha definito un “cambio di paradigma”: personaggi influenti, imprenditori, manager, uomini di potere hanno fatto a gara nel testimoniare la bontà della sua tesi. Tutti pronti a raccontare una Napoli che sarebbe “rinata”, una città ormai proiettata verso il futuro. Ma quale futuro? Quello delle narrazioni da convegno, o quello che si misura con la vita quotidiana delle persone?

Un esempio lampante è il mito delle startup: ogni occasione è buona per sbandierarle come simbolo di innovazione e rinascita. Ma la domanda vera è: quanti posti di lavoro hanno davvero creato? Quante famiglie napoletane possono vivere di quello sviluppo annunciato? La retorica non paga le bollette, e i giovani non possono costruirsi un futuro sulle conferenze stampa.

E sia chiaro: io amo Napoli. Amo la sua energia, la sua creatività, la sua unicità. Riconosco e sono felice del successo che oggi la città sta ricevendo, ma certo non basta. Forse sarebbe il caso di rivedere i toni trionfalistici, che spesso non fanno altro che nascondere i problemi ancora irrisolti. Anche il successo dello street food, di cui abbiamo parlato qui Napoli, turismo di massa e street food, lascia più di una perplessità: non basta trasformare la città in una grande vetrina gastronomica per parlare di vero sviluppo.

Chi scrive di “ritorno a Napoli” dovrebbe chiedersi: quante volte è stato nelle periferie? Quante volte ha preso la Circumvesuviana in ora di punta? Quante volte si è trovato a fare i conti con la mancanza di sicurezza o con la carenza di servizi essenziali? Napoli la si ama vivendo la sua complessità, non fotografando il Vesuvio da una villa.

Napoli non ha bisogno di retorica, ma di fatti. Non di editoriali rassicuranti, ma di infrastrutture, servizi, legalità. Solo allora si potrà chiedere, con onestà, di “tornare a casa”.

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