In queste settimane di campagna elettorale, passeggiando per Portici si ha l’impressione di aver già visto tutto. I volti sui manifesti cambiano, i colori politici si alternano, ma il vocabolario sembra fermo agli anni ’90. “Portici è tua”, “Io, uno di voi” — frasi che hanno ormai perso qualsiasi aggancio con la realtà in cui viviamo.

Lo scollamento è ancora più stridente se pensiamo a cosa rappresenta storicamente questo territorio. Portici ha ospitato la prima ferrovia d’Italia nel 1839. Qui c’è la facoltà di Agraria, c’è l’ENEA. L’innovazione non è un concetto astratto da importare: è parte del DNA di questa città. Eppure il dibattito politico locale sembra ignorarlo completamente.

Il problema non è lo slogan, è la visione che manca

“Portici è tua” potrebbe essere un’idea potente, se dietro ci fosse qualcosa di concreto. Nel 2025, una città appartiene davvero ai suoi abitanti quando i dati che la governano sono accessibili, quando puoi controllare dal telefono la qualità dell’aria o i costi della gestione rifiuti, quando esistono strumenti reali di partecipazione — non solo urne ogni cinque anni.

Si parla di smart city da anni nei convegni. Qui sul territorio, però, quasi nessuno la traduce in proposte operative: sensori IoT per ottimizzare la raccolta differenziata, illuminazione pubblica che risponde alle condizioni reali della strada, piattaforme di bilancio partecipativo in cui il cittadino decide come vengono spesi i fondi del suo quartiere. Non fantascienza — cose che altri comuni italiani fanno già.

Cosa chiedono davvero le persone

Parlando ogni giorno con imprenditori, professionisti e giovani di quest’area, la richiesta è sempre la stessa: concretezza. Non promesse sulla viabilità, ma un piano su come verranno usati i fondi PNRR per la transizione digitale. Non “sarò tra la gente”, ma una dashboard pubblica che mostri in tempo reale l’operato dell’amministrazione. Non slogan sulla sicurezza, ma strade illuminate in modo intelligente.

Il talento qui c’è. Il paesaggio, la storia, le menti — ci sono. Quello che manca è una classe dirigente disposta a usare strumenti nuovi invece di riciclare parole vecchie.

La prossima volta che vedete un manifesto elettorale, chiedete una cosa sola: con quali strumenti concreti quel candidato intende farvi partecipare davvero. Il resto è rumore di fondo.

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