Se non fai mercato, se continui a puntare su una rosa che invecchia, se perdi giocatori e identità e poi affidi tutto a un allenatore che finora non è riuscito a dare un’idea di gioco, forse il problema non è più trovare il colpevole. È capire perché nessuno abbia voluto vedere arrivare il disastro.

La sconfitta di Venezia non è un incidente.

È, semmai, la fotografia più nitida di una crisi che il Napoli si porta dietro da mesi e che adesso è esplosa davanti agli occhi di tutti.

Perdere 1-0 contro l’ultima in classifica, una squadra che prima della partita aveva perso tutte le sei gare disputate e non aveva ancora conquistato un punto, fa certamente rumore. Ma il risultato di Venezia è quasi la conseguenza e non la causa del problema. (La Gazzetta dello Sport⁠)

Il problema vero è che questo Napoli sembra una squadra senza una direzione.

E quando una squadra non ha una direzione, prima o poi finisce per smarrire anche i risultati.

Il mercato che non c’è stato

Partiamo da una cosa scomoda: il Napoli non ha costruito una rosa all’altezza delle ambizioni che pretende di avere.

La Champions non si gioca con i ricordi. Il campionato non si vince con il curriculum. E soprattutto non si può pensare di competere ai vertici semplicemente aggiungendo qualche pezzo a una squadra che aveva già mostrato segnali di usura.

La Gazzetta, dopo la sconfitta di Venezia, ha parlato apertamente di “usura, zero mercato”, evidenziando anche il peso economico di operazioni che hanno finito per limitare la possibilità di intervenire pesantemente sulla rosa. (La Gazzetta dello Sport⁠)

Ed è qui che nasce la prima domanda: chi ha deciso che questa squadra fosse sufficientemente forte?

Perché se spendi molto ma non migliori davvero la squadra, il problema non è quanto hai speso.

È come hai speso.

E se alcuni giocatori fondamentali cominciano a mostrare il peso degli anni, degli infortuni e delle stagioni sulle gambe, non puoi sorprenderti quando la squadra perde intensità, velocità e capacità di cambiare ritmo.

Il calcio moderno non perdona.

Una squadra che sembra più vecchia di quello che è

C’è poi un altro problema.

Il Napoli non è necessariamente una squadra vecchia sulla carta. Ma sembra vecchia in campo.

È diverso.

Una squadra può avere trentenni straordinari e ventenni incapaci di reggere la pressione. Il problema è quando manca quella miscela di energia, atletismo, fame e qualità che permette a una squadra di stare ai vertici.

E oggi il Napoli dà spesso l’impressione di essere una squadra che deve giocare a un ritmo che non riesce più a sostenere.

Poi arrivano gli infortuni.

E quando arrivano gli infortuni, la panchina non offre sempre alternative realmente equivalenti.

Il risultato è una squadra che si accorcia, perde intensità e diventa prevedibile.

A quel punto puoi cambiare modulo, giocatore, interprete.

Ma se la struttura non funziona, cambiando le pedine non risolvi il problema.

E poi c’è Allegri

Qui bisogna essere onesti.

Massimiliano Allegri non è diventato improvvisamente un allenatore incapace.

Ma un allenatore forte non è automaticamente l’allenatore giusto per ogni squadra.

E soprattutto un allenatore deve riuscire a dare qualcosa alla squadra.

Al momento, nel Napoli, questa cosa non si vede abbastanza.

Non si vede una squadra che abbia un’identità precisa.

Non si vede un meccanismo offensivo riconoscibile.

Non si vede una pressione organizzata.

Non si vede una capacità costante di imporre il proprio gioco.

Si vede spesso una squadra che aspetta.

Aspetta l’errore dell’avversario.

Aspetta la giocata del singolo.

Aspetta che qualcuno inventi qualcosa.

Ma una grande squadra non può vivere di attese.

E soprattutto non può farlo quando gli avversari hanno capito che basta togliere spazio ai pochi giocatori capaci di creare superiorità per rendere il Napoli tremendamente prevedibile.

Il dato è impietoso: dopo otto gare ufficiali, Allegri aveva già collezionato quattro sconfitte, mentre il confronto con le partenze di Spalletti e Conte restituisce un quadro nettamente peggiore. (Corriere Napoli⁠)

Però attenzione: il problema non è solo Allegri

Ed è qui che sarebbe troppo facile raccontare la solita favola.

“Allegri è il problema.”

No.

Allegri è uno dei problemi.

Forse quello più semplice da individuare perché è seduto in panchina.

Ma se domani il Napoli cambiasse allenatore, cosa cambierebbe realmente?

La rosa resterebbe quella.

L’età dei giocatori resterebbe quella.

Gli infortuni resterebbero quelli.

Le scelte di mercato resterebbero quelle.

Gli equilibri dello spogliatoio resterebbero quelli.

E soprattutto resterebbe una domanda enorme: chi ha costruito questa squadra?

Perché è troppo comodo scaricare tutto sull’allenatore.

La morte annunciata

Il titolo forse è volutamente esagerato.

Ma la sensazione è proprio quella di una morte annunciata.

Perché i segnali c’erano.

Una rosa da ringiovanire.

Una squadra da rifondare in alcuni reparti.

Un mercato che avrebbe dovuto anticipare i problemi invece di inseguirli.

Giocatori importanti da sostituire prima che diventassero indispensabili e contemporaneamente logori.

E un’identità da costruire dopo l’ennesimo cambio in panchina.

Invece si è scelto, ancora una volta, di pensare che sarebbe bastato aggiustare qualche dettaglio.

Il calcio però presenta il conto.

Sempre.

E adesso il conto è arrivato a Venezia.

Il paradosso è che non serve nemmeno una rivoluzione domani mattina

Serve qualcosa di più difficile.

Serve ammettere che il progetto non sta funzionando.

Non significa necessariamente esonerare Allegri.

Anzi, se la società ha davvero deciso di affidargli il progetto, forse dovrebbe avere il coraggio di sostenerlo.

Ma sostenerlo significa anche mettergli a disposizione gli strumenti necessari.

E significa soprattutto assumersi la responsabilità delle scelte.

Perché se Allegri non riesce a dare un gioco a questa squadra, la domanda successiva è inevitabile:

gli è stata consegnata una squadra costruita per giocare il calcio che gli si chiedeva di giocare?

Se la risposta è no, allora l’errore non è soltanto in panchina.

È a monte.

Il tempo delle giustificazioni è finito

Il Napoli ha ancora una stagione davanti.

E il calcio, per fortuna, è imprevedibile.

Una vittoria in Champions può cambiare l’umore.

Una serie di risultati può rimettere tutto in discussione.

Un giocatore può ritrovare la forma.

Un altro può esplodere.

Ma non bisogna confondere la possibilità di una rimonta con la qualità del progetto.

Oggi il Napoli è una squadra che non convince, non domina e soprattutto non sembra sapere esattamente che tipo di squadra vuole essere.

E questo è molto più grave di una sconfitta.

Perché le sconfitte possono capitare.

La confusione, invece, è quasi sempre il risultato di una serie di decisioni sbagliate.

E allora forse la vera domanda non è:

“Allegri va esonerato?”

La vera domanda è:

“Chi ha deciso che questo Napoli fosse abbastanza forte per affrontare questa stagione?”

Perché se non fai mercato, se non ringiovanisci una rosa che mostra segni di usura, se perdi pezzi importanti e non li sostituisci adeguatamente, se cambi allenatore ma non costruisci intorno a lui una squadra coerente con le sue idee, alla fine non c’è molto da inventare.

Puoi cambiare modulo.

Puoi cambiare allenatore.

Puoi cambiare interpreti.

Puoi cambiare conferenza stampa.

Ma non puoi cambiare la realtà.

E la realtà, oggi, racconta di un Napoli che rischia seriamente di aver scambiato la fine di un ciclo per l’inizio di uno nuovo.

La cosa più preoccupante?

Che forse il campanello d’allarme suonava già da tempo.

Semplicemente, qualcuno ha preferito non sentirlo.

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